Goodbye, Wired! E altre storie editoriali in caduta libera
È accaduto tre giorni fa, il 16 aprile 2026. Mentre i giornalisti italiani scioperavano per la terza volta in pochi mesi, chiedendo il rinnovo di un contratto scaduto da dieci anni, Condé Nast pubblicava un comunicato firmato dall’amministratore delegato Roger Lynch con cui si annunciava la chiusura dell’edizione italiana di Wired. Stando a fonti interne citate da Il Post, la redazione l’ha saputo dieci minuti prima che il comunicato fosse online: nessun preavviso, nessuna trattativa, solo una nota aziendale.
Non è una notizia come le altre, anche se rischia di essere passata al consueto tritacarne stantio dei social. Qualche articolo, qualche post di cordoglio e poi tutto nel dimenticatoio. Ma questa chiusura merita di essere approfondita con più attenzione, perché non è un episodio isolato.
Cosa rappresenta(va) Wired Italia
Wired Italia è nata nel marzo 2009, con Rita Levi-Montalcini in copertina sul primo numero. Una scelta editoriale già programmatica: non tecnologia per addetti ai lavori, ma innovazione raccontata con una prospettiva culturale e implicazioni sociali e politiche, capace di parlare a un pubblico ampio e colto. In quasi diciassette anni, ha costruito un ecosistema articolato tramite la rivista cartacea, il sito, le newsletter e gli eventi dal vivo come il Wired Next Fest, portando in Italia voci internazionali del mondo della tecnologia, della scienza e della cultura digitale.
Fondata dall’allora direttore Riccardo Luna e poi guidata per anni da Luca Zorloni, la testata ha saputo mantenere una voce riconoscibile anche attraverso la transizione digitale, quella stessa transizione che, ironia del destino, l’ha resa economicamente non sostenibile agli occhi del gruppo che la pubblicava.
Le ragioni ufficiali e quelle reali
Lynch, nella sua nota, è stato chiaro: Wired Italia, insieme alle riviste Self e ad alcune edizioni locali di Glamour, rappresenta poco più dell’1% del fatturato totale di Condé Nast. Realtà che «continuano a non essere redditizie» e la cui gestione «limita la capacità di investire nelle idee e nelle aree che guideranno la crescita futura». Non si è parlato di un’emergenza finanziaria generale, dato che l’azienda ha chiuso il 2025 in crescita. Perciò, ecco, non è che Wired andasse male… diciamo che andava troppo poco bene per i parametri di redditività richiesti. Bisogna dire che qualche segnale c’era già stato a fine 2025, quando l’edizione cartacea di Wired UK era stata sospesa, con sette tagli in redazione.
Il marchio Wired continuerà comunque a esistere nelle edizioni statunitense, giapponese, ceca e mediorientale, mentre gli eventi europei passeranno sotto la gestione del team britannico. L’Italia, nella mappa globale di Condé Nast, evidentemente non è un mercato che «ha tenuto il passo con la crescita degli altri», come ha scritto Lynch. Il che solleva una domanda legittima: è un problema di Wired o è un problema del mercato editoriale italiano nel suo complesso?
I numeri non mentono
Il 2025 è stato l’anno peggiore per l’editoria di varia italiana da molto tempo: 99,5 milioni di copie vendute, scendendo per la prima volta sotto la soglia psicologica dei 100 milioni, con una flessione del 3% rispetto al 2024. In termini di valore, il mercato si è attestato a 1.483,9 milioni di euro, con un calo del 2,1%.
Ma sarebbe sbagliato leggere il 2025 come un’anomalia. È piuttosto l’intensificazione di una tendenza strutturale. I ricavi dei quotidiani italiani, che nel 2019 valevano 1,47 miliardi di euro, nel 2024 si erano già ridotti a 1,17 miliardi: un quinto del valore andato perduto in cinque anni. Le tirature dei quotidiani cartacei sono passate da 3,07 milioni di copie al giorno nel 2000 a meno di 881 mila a fine 2024. I lettori della stampa cartacea si sono dimezzati in dieci anni, scendendo da 18,4 milioni a meno di 9,5 milioni.
Le edicole, che di questo sistema sono l’ultimo avamposto fisico, stanno sparendo a un ritmo impressionante. In vent’anni ne hanno chiuso il 42,8%: si è passati da 35.000 a circa 20.000 punti vendita, di cui solo la metà “pure”, cioè dedicate esclusivamente a prodotti editoriali. In due terzi dei comuni italiani, quasi 5.000 su circa 7.900, non esiste più un posto dove comprare un giornale.
Hoepli, le piattaforme digitali e lo sciopero
Wired non è l’unico nome importante caduto di recente. Poco più di un mese fa avevamo raccontato la crisi di Hoepli, una delle librerie e case editrici più importanti d’Italia. Una vicenda che ha qualcosa di doloroso proprio per il contrasto con la storia dell’azienda: Hoepli aveva attraversato due guerre mondiali, ricostruito dopo le distruzioni del secondo conflitto, tenuto aperto per quasi 160 anni… per poi arenarsi nel mercato del 2026.
Cosa sta succedendo, in realtà? La risposta non è semplice, ma alcune dinamiche sono evidenti. Il mercato pubblicitario tradizionale, quello che ha sostenuto per decenni l’informazione cartacea e poi quella online, si è spostato massicciamente verso le piattaforme digitali, che non hanno bisogno di redazioni per funzionare. Gli inserzionisti preferiscono i creator con centomila follower a una firma con vent’anni di esperienza. TikTok, Instagram e YouTube catturano attenzione e budget in modo più misurabile e granulare di qualsiasi testata.
E non si può nemmeno liquidare come casuale il fatto che l’annuncio della chiusura di Wired Italia sia arrivato nel giorno del terzo sciopero nazionale dei giornalisti italiani. Nel corso dell’ultimo decennio, le redazioni si sono trasformate in strutture multipiattaforma, spesso con organici ridotti, con un ricorso crescente a collaboratori precari e ritmi di lavoro accelerati, a fronte di retribuzioni da fame. Ciliegina sulla torta, L’Italia si colloca al 49° posto nella classifica sulla libertà di stampa di Reporters Sans Frontières: per chi se lo stesse chiedendo, è il peggior risultato tra i Paesi dell’Europa occidentale.
A cosa andiamo incontro?
Noi de La Novella Orchidea conosciamo bene le difficoltà dell’editoria digitale indipendente. Le asimmetrie degli store, la concentrazione del potere nelle mani di pochi colossi, la fatica di essere visibili in un mercato affollato e dominato dagli algoritmi; le chiusure che stiamo osservando in questi mesi ci riguardano da vicino, perché quando il terreno comune si restringe, diventa più difficile per tutti.
Perdere Wired Italia significa perdere un presidio di giornalismo specializzato che non ha, al momento, un sostituto naturale. In un Paese in cui la tecnologia plasma già ogni aspetto della vita quotidiana, (non) avere una testata capace di raccontarla è una questione che meriterebbe ben più di un tiepido comunicato stampa.