Linguaggio inclusivo: possiamo essere neutri?

Linguaggio inclusivo: possiamo essere neutri?

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Linguaggio inclusivo: possiamo essere neutri?

A quanti, negli ultimi anni, è capitato di trovare articoli o post con strani simboli quali asterischi, chiocciole e – dalla scorsa estate – perfino shwa (ə) in sostituzione delle desinenze maschili e femminili?

Questi simboli, insieme alle lettere “x” e “u”, sono solo una parte superficiale di quel dibattito infuocato che mira a rendere il linguaggio più inclusivo e che spesso vede proprio nella forma scritta una insormontabile difficoltà di risoluzione.

Ma che cosa si intende per inclusività? Secondo il dizionario Oxford Languages, è la tendenza a estendere a quanti più soggetti possibili il godimento di un diritto o la partecipazione a un sistema o a un’attività. Ecco quindi lo scopo del linguaggio inclusivo: aiutare le persone a usare quotidianamente un linguaggio privo di parole, frasi o toni che riflettano pregiudizi, stereotipi e discriminazioni verso determinati gruppi di persone.

Nella nostra lingua questo può risultare difficile, dal momento che il genere è marcato in modo binario – maschile o femminile – nei nomi, negli aggettivi, nei pronomi e negli articoli. In poche parole, non esiste in italiano un genere grammaticale neutro che renda indistinguibile il maschile e il femminile o che possa rappresentare tutte quelle persone che non si identificano come maschio o femmina.

Tuttavia, quando ci riferiamo a una persona il cui genere naturale ci è sconosciuto o a gruppi misti in cui sono presenti entrambi i generi, l’italiano ci chiede di usare il maschile sovraesteso. L’attivista Alma Sabatini, nel 1987, definiva questa consuetudine come “androcentrismo della lingua”:

L’impostazione “androcentrica” della lingua – e, aggiungerei subito, di una grande quantità di “stilemi” della lingua – riflettendo una situazione sociale storicamente situabile, induce fatalmente giudizi che sminuiscono, ridimensionano, colorano in un certo modo, e, in definitiva, penalizzano, le posizioni che la donna è venuta oggi a occupare.

Ed è a questo punto che si entra nel merito del linguaggio inclusivo di genere. Per come si sta evolvendo la nostra società, sembra che il binarismo di genere non sia più adeguato a esprimere al meglio le nostre esigenze. L’esistenza di due sole categorie – uomo e donna – con ruoli e caratteri specifici per ciò che è comunemente considerato maschile e femminile è diventato quantomeno riduttivo. Se pensiamo che fino a pochi decenni fa la presenza delle donne era limitata in alcuni settori e posizioni lavorative, non possiamo stupirci di come oggi usare i nomina agentis (nomi professionali) declinati al femminile sia diventata una vera e propria affermazione di esistenza.

Questo perché il linguaggio non è solo un veicolo comunicativo vuoto e rigido, ma ha un legame indissolubile con la nostra identità, ne comunica alcuni aspetti e ci definisce per come decidiamo di usarlo.

Ecco allora che si pone il grande interrogativo: qual è la soluzione italiana per un linguaggio inclusivo, che dia a nomi, aggettivi, articoli e pronomi una forma il più possibile neutra, capace di tener conto in modo paritetico di tutte le soggettività esistenti?

Non abbiamo ancora la risposta a questa domanda. Per ora, possiamo solo parlare di proposte. Negli anni, soprattutto in forma scritta, si è vista la lettera “x” e la lettera “u” (che però in alcuni dialetti italiani indica il maschile), la chiocciola, l’asterisco e, da ultimo arrivato, lo shwa.

In altri Paesi, come ad esempio la Spagna, la comunità LGBTQ+ e i movimenti femministi hanno adottato una soluzione originale, sostituendo con la lettera neutra -e le desinenze maschili e femminili -o e -a (es. “todes” in luogo di “todas” o “todos”). Una proposta simile, ma più radicale, era già stata operata in Svezia nel 2015, con l’introduzione ufficiale del pronome neutro “hen”, da utilizzare in relazione a persone che non si identificano nel pronome maschile “han” o femminile “hon”. Nella lingua inglese, invece, si sta sempre più diffondendo l’uso di “they” e “them” come pronomi singolari in luogo di “he/him” (lui) e “she/her” (lei). Anche organismi internazionali come l’ONU si stanno muovendo in questo senso e hanno stabilito una serie di strategie che possono essere applicate a tutti i tipi di situazioni comunicative, orali o scritte, formali o informali.

Tornando all’Italia, nell’ultimo anno lo shwa sembra aver soppiantato quasi del tutto l’asterisco, considerato fastidioso da leggere. Come vocale media atona già presente in diverse lingue e dialetti italiani, questo simbolo dell’Alfabeto Fonetico Internazionale potrebbe essere la soluzione definitiva, tanto che alcuni celebri brand sui social (es. Taffo) ne hanno immediatamente adottato l’uso.

Tuttavia, anche lo shwa presenta diversi problemi. Per ora i software per la lettura ad alta voce dei testi destinati alle persone ipovedenti non leggono questo suono. Inoltre, come simbolo è graficamente molto simile alla “e” e alla “o” e può aumentare le difficoltà di lettura di chi è dislessico. Insomma, l’ormai celebre “ə” rischia di essere molto meno inclusivo del previsto.

Ma quindi, con tutte queste difficoltà, perché scegliere di usare un linguaggio inclusivo? Lasciamo rispondere la sociolinguista Vera Gheno:

Non tutti avvertono che il binarismo grammaticale è un problema e per alcuni è difficile mettersi nei panni di chi invece avverte un disagio nel non saper come definirsi. Secondo me, per come sta mutando la nostra società, invece, occorre ricordarsi che qualsiasi ricerca di ulteriori forme di espressione del genere non toglie nulla a chi si riconosce senza problemi nella distinzione maschile/femminile. La paura di snaturare qualcosa, inoltre, è mal riposta, perché aggiungere forme per esprimersi non ha mai rovinato nulla. Stiamo semmai parlando di una possibilità offerta a chi avverte questa necessità. Per me garantire più diritti a tutti non toglie i diritti a qualcun altro.

Come La Novella Orchidea, abbiamo negli ultimi mesi operato alcune modifiche ai nostri post sui social, scegliendo di utilizzare un tono più informale e, per questo, più attento all’individuo a cui ci si rivolge. Ci è sembrato perciò un passo logico scegliere di adottare uno dei simboli che identificano il linguaggio inclusivo di genere. La nostra scelta non è per il momento ricaduta sullo shwa, ma sull’asterisco. Ove non è possibile evitarlo con perifrasi, lo utilizziamo sia per il plurale sia per il singolare. È l’unico simbolo che, a nostro parere, troncando la lettura dà a chi legge la possibilità di completare la parola come meglio crede e sente.

In attesa di una soluzione ufficiale e definitiva che rappresenti al meglio la neutralità di genere.

Classicista di formazione, opero da sette anni nel campo della correzione di bozze, del copywriting e dello storytelling. Coordino tutte le pubblicazioni della collana "La Novella Orchidea" fin dalla sua fondazione e collaboro anche in altri progetti nell'area Social Media Marketing e come DPO.

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