In principio era il Verbo

In principio era il Verbo

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In principio era il Verbo

A un primo sguardo, Evalyn Everton potrebbe sembrare una novella come tante. Appena pubblicata (14 giugno 2021), porta una ventata di freschezza per la sua ambientazione mediterranea e un personaggio femminile che scopre se stesso grazie a una sola giornata d’amore.

Tuttavia, a una seconda rilettura, ci accorgiamo che la novella è intrisa di riferimenti biblici e l’affaire romantico in realtà nasconde un tema più profondo: quello della parola. Il misterioso straniero che seduce Evalyn in una grotta (grembo materno e sesso femminile, origine di tutte le cose) sembra una voce più che un corpo. L’atto in sé non viene descritto, come se Evalyn non venisse mai effettivamente toccata, ma solo sfiorata dalla parola dello sconosciuto. Uno sconosciuto che, come presto si viene a sapere, vuole una sola cosa da lei: un figlio.

In questa chiave di lettura, tutta la vicenda assume dei tratti più oscuri e profondi e fa del logos il suo elemento chiave. Il Verbo, così come è scritto nel primo verso del Vangelo di Giovanni, fin dal principio era. In greco, l’imperfetto ev esprime perfettamente quel concetto di eternità che si accompagna al logos: non solo parola, ma anche e soprattutto parola intelligente, consapevole, creatrice. Dal Verbo, che è eterno, fuori dal tempo, nascono quindi tutte le cose. Il Verbo è a tutti gli effetti il principio di ogni cosa.

Nella novella viene spesso ripetuta l’incredibile maestria di Murderio nel formulare frasi che rispettino in tutto e per tutto la consecutio temporum. In particolare, l’uso proprio del congiuntivo e del condizionale viene in qualche modo messo a confronto con l’utilizzo dell’aoristo e dell’ottativo, tempi e modi del verbo greco con cui il suo antenato [di Murderio] modulava la carne. Mentre il condizionale e l’ottativo rappresentano il desiderio e la sua liberazione finale, è l’aoristo a caratterizzare l’azione colta nel momento in cui si svolge, a prescindere dalla sua durata. È il tempo indeterminato per eccellenza, come suggerisce il suo stesso nome, composto da alfa privativo e dal verbo orizo, “determinare”.

E il congiuntivo? Questo modo verbale, poco amato dagli italiani e ormai quasi di sapore antico, raccoglie in sé l’elemento mancante di questa consecutio sensuale: la soggettività. Dove l’aoristo esprime l’azione puntuale fissa nel tempo e il condizionale o l’ottativo il desiderio, il congiuntivo dà vita e forma a tutto il verbo, mettendo in primo piano la dimensione individuale dell’azione. E, come da nome, congiunge il resto, inserendo una sfumatura di dubbio, incertezza, ma anche di possibilità, di volontà.

È qui che il cerchio si chiude: il verbo può divenire carne. La parola, dunque, inafferrabile per eccellenza, può infine anche prendere una forma fisica, divenire.

“Per ogni cosa che facciamo c’è un modo corretto e un tempo che gli corrisponde. […] La congiunzione molto stretta tra due esseri umani può avvenire solo a condizione che occupino nello spazio, e quindi nel tempo, lo stesso angolo orario e la medesima declinazione, ovvero la stessa longitudine e la medesima latitudine.”

Se in principio era il Verbo, chi è quindi Murderio? Un Alter Christus… o un Alter Diabulus?

Lasciamo ai lettori l’ultima sentenza!

Classicista di formazione, opero da sette anni nel campo della correzione di bozze, del copywriting e dello storytelling. Coordino tutte le pubblicazioni della collana "La Novella Orchidea" fin dalla sua fondazione e collaboro anche in altri progetti nell'area Social Media Marketing e come DPO.

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